
Stimo molto il Prof. Amedeo Balbi docente presso l’Università di Roma Tor Vergata. Astrofisico a tutti noto, si cimenta, come altri suoi colleghi, con la divulgazione a mezzo libri e video pubblicati sul suo canale YouTube. In essi egli spiega, con chiarezza unica, concetti difficili, spesso contro intuitivi e difficilmente “accessibili”, nella loro vera essenza, senza il possesso di adeguate conoscenze matematiche.
In un video pubblicato sul suo canale1, egli afferma che gli alieni non possono venire qui, sulla Terra (quindi non dobbiamo temere una loro invasione), in quanto le distanze lo impediscono e a nulla varrebbero eventuali conquiste scientifico-tecniche, oltre quelle da noi terrestri già acquisite perché, mettiamoci l’anima in pace, è la stessa struttura dell’universo che vieta ciò che sarebbe necessario per poter fare quei viaggi, viaggi che molti asseriscono siano stati già fatti visto che gli alieni, loro, li hanno già incontrati.
Ecco, questo è il punto della tesi del professore su cui mi soffermerei.
Mi chiedo: quella struttura dello spazio tempo, quella struttura dell’Universo che sarebbe tale da vietare, da rendere impossibili certi viaggi materiali, come siamo arrivati a desumere che è essa e proprio essa a caratterizzare l’universo?
Me lo chiedo, però, da biologo2, cioè portando con me, nell’analisi della questione, qualche conoscenza propria della mia materia.
Come biologo, infatti, so che i miei strumenti di indagine, incluso il “processore” che analizza e decodifica i segnali raccolti dal mondo esterno e da quello interno, sono il frutto di processi evolutivi limitati e limitanti.
I processi conoscitivi, come scrive il neuroscienziato Prof G. Vallortigara, hanno una funzione adattativa3, per cui, aggiungo io, si può pensare che una componente del mondo reale, qualunque esso sia, con la quale non era necessario che i nostri avi filogenetici interagissero, potrebbe essere rimasta fuori dalle nostre possibilità percettive e, dunque, non far parte oggi del nostro universo, della nostra bolla percettiva4. Nel nostro bagaglio di conoscenze e interazioni, questa componente5, dunque, potrebbe non esserci. E tutto ciò senza che a noi e, appunto, ai nostri avi, ne derivasse un danno irrimediabile, come dimostra il fatto che siamo qui a parlarne.
Certo, un casuale accidente avrebbe anche potuto portare alla comparsa di un senso che andasse in direzione di quella componente, ma proprio perché la sua percezione a noi non era necessaria, non avremmo avuto spinte per migliorarlo, per perfezionarlo e meglio metterlo a punto. Sarebbe rimasto, dunque, un latente, rozzo abbozzo… l’abbozzo, mai perfezionato, di una capacità percettiva inutilizzata perché inutile l’accesso al mondo che essa ci avrebbe schiuso.
Ecco perciò che là dove il Prof Balbi parla di un limite (nel video si parla di velocità della luce) che “è tale non per ragioni tecnologiche ma per come è fatta la realtà, la struttura dell’universo” presuppone indirettamente quello che biologicamente non è: la presenza di tutti gli organi di senso necessari per interagire con tutto quello c’è là, fuori (!?) di noi e la perfezione di quell’analizzatore-integratore del percepito, il nostro encefalo cioè, che Rita Levi Montalcini definiva un immenso “accrocco” (l’aggettivo immenso è mio) e F. Jacob (altro Nobel per la medicina), riferendosi alla messa a punto dello stesso diceva che si trattava di un processo da bricoleur6.
È ovvio che si lavora con quello che si ha, ma sarebbe auspicabile un approccio che tenesse conto di vari altri contributi possibili: esso aprirebbe una breccia in un muro di negazioni che ricordano, talvolta, quelle di epoche ormai passate. Oltretutto, sarebbe anche più scientifico.
Dunque, la domanda resta e va esplicitata: perché Homo sapiens dovrebbe avere tutto quello che serve per indagare e conoscere tutto quello che c’è? Perché dovrebbe essere diverso dalla zecca, dal cavallo o dalla mosca di von Uexküll7?
A. S. Eddington, matematico e astrofisico, scriveva che le leggi naturali che noi formuliamo sono il frutto di ciò che scegliamo di prendere8, ma forse dovremmo aggiungere… “fra ciò che possiamo prendere”: … ciò che scegliamo di prendere fra ciò che possiamo prendere9.
D’altra parte le nostre conoscenze (e quindi le inferenze che da esse ricaviamo) sono anche frutto dei tempi, cioè delle conoscenze acquisite fino a un certo momento.
Non sono un matematico, ma se nel giorno in cui Leone III incoronava Carlo Magno fossero convenuti a Roma i più brillanti matematici del mondo, non credo che questi avrebbero potuto creare uno strumento matematico utile a modellizzare uno spazio curvo come poi è stato fatto. E non avrebbero potuto farlo perché al venticinque dicembre dell’anno 800, non c’era ancora il calcolo infinitesimale, la geometria differenziale… Riemann. Pur essendo dei colti, brillanti matematici, mancavano ancora di molte conoscenze per arrivare dove poi si è arrivati anche grazie al genio di Einstein.
Tutte le conquiste, incluse le acquisizioni matematiche, tutte le inferenze sono figlie di questi due limiti: quello biologico (semplice da individuare ma difficile da accettare) e quello, noto a tutti, strettamente conoscitivo. I “lati”, i confini del “cono di luce” della nostra conoscenza, sono questi e finiscono per generare un doppio cono, un cono dentro l’altro.
Dunque è ragionevole pensare che altro deve esistere perché, oltretutto, se non esistesse vorrebbe dire che noi siamo perfetti in quanto a percezione e analisi del percepito. Visto che perfetti non siamo, è ragionevole pensare che qualcosa di ciò che può e, a questo punto, deve esistere manchi dal corredo di quanto da noi acquisito, sia per una mancanza di conoscenze necessarie per arrivarvi ma soprattutto perché elemento di un insieme, di una parte del reale a noi non accessibile o scarsamente accessibile. A ben vedere tutto ciò finisce per generare (riconoscere) un logico campo di esistenza per i bistrattati fenomeni “anomali”.
In conclusione, mi pare che, a ragion veduta, si potrebbe non essere totalmente d’accordo con il Prof Balbi e così tranquillamente accettare sia la testimonianza del signor Walter Rizzi10 sia quella di tanti altri che, come lui, affermano in assoluta buona fede di aver incontrato omini verdi provenienti da galassie lontanissime.
La nostra stima, dunque, va sì al Prof Balbi… ma pure al signor Rizzi.
Fiorentino Bevilacqua
note
- Dobbiamo temere un’invasione aliena? La verità sulla “foresta oscura” https://www.youtube.com/watch?v=bnaNmcpFXiQ
- Io, ammetto di avere qualche bias favorevole nei confronti degli alieni
- Vallortigara, G., Altre menti. Lo studio comparato della cognizione animale. Il Mulino. 2022
- von Uexküll, J.; Kriszat, G., I mondi invisibili, 1936
- Intesa come famiglia di “cose”; un esempio è quella delle onde elettromagnetiche…
- “Formazione di una neocorteccia dominante, conservazione di un antico sistema nervoso e ormonale, in parte rimasto autonomo, in parte posto sotto la tutela della neocortecia: questo processo evolutivo assomiglia molto al bricolage” (Jacob, F., Evoluzione e bricolage, 1978)
- Jacob von Uexküll, 1864-1944, biologo estone
- <<Non c’è dubbio che le leggi della natura che noi formuliamo dipendono dalla scelta fatta dalla mente del materiale per costruire l’universo>> (A.S. Eddington, The Meaning of Matter and the Laws of Nature according to the Theory of Relativity, «Mind», New Series, 29 (114), 1920, p. 155. Citato in Curir, A., Arthur Eddington e la teoria della Gestalt, Giornale di Astronomia, 2020, 1).
- “I risultati [dei rigorosi esperimenti condotti] sembrano fornire una prova inequivocabile della capacità umana di accedere a eventi remoti nel tempo e nello spazio […] Bisogna tener conto di questo fatto se si vuole costruire un quadro completo [o più completo] della struttura della realtà” (H. E. Puthoff, Ph.D. Institute for Advanced Studies, Austin). Se il paranormale non fa parte dell’universo, del nostro universo, almeno di quello accettato, non avremo mai le leggi del paranormale.
- Walter Rizzi, qui https://www.youtube.com/watch?v=ISGS9GbzTCs